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IRAQ: UNA GUERRA PROVOCHEREBBE CATASTROFE UMANITARIA; ONU

(ANSA) BAGHDAD - I programmi umanitari dell'Onu per l'Iraq vanno avanti a pieno ritmo, non hanno subito alcun rallentamento a causa della crisi in atto ma, indubbiamente, una guerra contro questo Paese provocherebbe una ''catastrofe'' di dimensioni bibliche, con oltre 11 milioni di persone ridotte alla fame e in grave pericolo di vita.
A rilanciare l'allarme - mai abbastanza ribadito dai media internazionali - e' Veronique Taveau, portavoce dell'ufficio del coordinatore del programma umanitario dell'Onu per l'Iraq (Unohci), il portoghese Ramiro Lopes da Silva. ''Intanto - esordisce Veronique, giornalista e sino a poco tempo fa corrispondente da Roma di una Tv francese - vorrei mettere in chiaro che non e' esatto, come e' stato scritto nei giorni scorsi, che quasi la meta' del personale dell'Onu in Iraq, ad esclusione degli ispettori dell'Unmovic e dell'Aiea, sia stato evacuato come misura precauzionale''.
''Si e' trattato - spiega - di un normale avvicendamento che avviene ogni tre mesi, vuoi per ferie non godute o altro, ma non c'e' stata alcuna evacuazione, nessuno ha mai detto loro 'andate via'. Qui lavorano piu' o meno 900 persone provenienti da tutto il mondo e, al momento attuale siamo piu' di 500, che significa piu' della meta'. Qui si opera su una base personale: chi vuole andar via e' libero di farlo, cosi' come lo e' chi decide di rimanere. Del resto - aggiunge Veronique - qualsiasi decisione circa un'eventuale evacuazione del personale Onu da Baghdad deve venire da New York, dal Palazzo di Vetro''.
''A tutt'oggi - prosegue la portavoce - i circa 900 dipendenti internazionali dell'Onu sono affiancati da 3.400 collaboratori iracheni, 2.400 nel Nord del Paese e 1.000 a Baghdad''. Il discorso si sposta quindi sulla questione degli aiuti umanitari, avviati dall'Onu dal 1996 sulla base del programma 'cibo in cambio di petrolio' che consente all'Iraq di esportare ogni sei mesi greggio per 5.2 miliardi di dollari per l'acquisto di generi alimentari e medicinali destinati alla popolazione.
Di questa cifra - che include 300 milioni di dollari per l'acquisto di pezzi di ricambio destinati all'industria petrolifera -, due terzi sono destinati al programma 'cibo in cambio di petrolio'. Solo nella settimana dal 15 al 21 febbraio l'Iraq ha esportato 11.9 milioni di barili di petrolio - a una media di 1.7 milioni di barili al giorno - per un controvalore di quasi 338 milioni di dollari ad un prezzo di circa 28.55 dollari a barile. Ma, nonostante questa iniezione di denaro, una goccia d'acqua nel mare, le razioni alimentari che vengono distribuite ogni mese alla popolazione - e che, nel timore di un conflitto, negli ultimi mesi sono state raddoppiate per far si' che le famiglie abbiano in casa ora scorte per sei mesi - non raggiungono gli standard alimentari per una nutrizione adeguata.

''Tutti gli iracheni - spiega ancora Veronique -, sia i ricchi sia i poveri, hanno diritto a ricevere la loro razione mensile di generi alimentari. Il problema e' che se l'80 per cento della popolazione riceve queste razioni, il 60 per cento - cioe' gli 11 milioni di persone piu' povere - dipende completamente da esse. Cioe', se non le ricevessero, sarebbero ridotte alla fame''.

Ma non basta. Le razioni sono inadeguate per un'alimentazione appropriata. E Veronique ce lo dimostra esibendo la lista dei generi alimentari contenuti nelle razioni di giugno e luglio prossimi che, fra l'altro, sono gia' state distribuite. Dal documento si evince, per esempio, che i 500 grammi di fagioli bianchi che ogni iracheno adulto riceve ogni mese con la propria tessera annonaria sono appena il 16 per cento di quello di cui avrebbe bisogno per avere il giusto numero di calorie. Lo stesso per il latte (solo il 13 per cento), il sale (50 per cento) e l'olio vegetale (83 per cento).

Di poco migliore e' la situazione per i neonati, che comunque ricevono anch'essi solo il 25 per cento degli alimenti necessari in un mese per lo svezzamento (per lo piu' cereali) di cui dovrebbero nutrirsi in quel delicato periodo dello sviluppo. ''E a questo - riprende Veronique - c'e' da aggiungere che il 60 per cento delle donne attualmente in stato di gravidanza sono anemiche, soprattutto per mancanza di ferro nell'alimentazione. E cio' provoca la nascita di neonati sotto peso, quindi piu' deboli e piu' esposti a una morte precoce''.

Secondo la portavoce, anche l'iniziativa del governo, che ha gia' distribuito in anticipo le razioni annonarie sino a luglio, servira' a ben poco per alleviare i problemi. ''Il rischio della fame rimane - spiega Veronique -. Le scorte si assottigliano perche' la gente ha bisogno di denaro contante e, siccome per sopravvivere in questi 12 anni si e' gia' venduto tutto cio' che di vendibile aveva in casa, adesso rivende i cibi delle razioni al mercato nero per acquistare medicine o vestiti per i figli''.
Ma in caso di guerra il problema della gente non sara' solo quello del cibo: ''La situazione sarebbe ancor piu' drammatica perche' non ci sarebbe energia elettrica - continua la portavoce - e questo significherebbe poca acqua e inquinata. Quindi un serio rischio di diffusione di epidemie di ogni genere, a cominciare dalla dissenteria''. ''Dopo 12 anni di sanzioni, la situazione della popolazione e' oggi estremamente fragile - conclude seria Veronique - e una guerra provocherebbe davvero una catastrofe''.
28/02/2003 15:34

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