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Un'istituzione di garanzia

Il ruolo del Corriere, un saluto ai lettori
di FERRUCCIO DE BORTOLI

Un giornale di grande prestigio e tradizione cambia guida ma rimane sempre se stesso. In particolare il Corriere che è una delle pochissime istituzioni di garanzia di questo Paese. Da domani lo firmerà Stefano Folli, collega di grande valore, accolto dalla redazione con un larghissimo voto di fiducia. La scelta personale di chi scrive ha suscitato interpretazioni esagerate, a destra e a sinistra. Ricordo che nella sinistra al potere c’era chi voleva farmi condannare dall’Ordine dei giornalisti (e per un voto non ci riuscì) oltre a trascinarmi in tribunale, come avrebbe fatto poi la destra negli anni successivi, ultimi gli avvocati del premier (che spero, ora, non si ritirino). Questo per dire che un quotidiano indipendente, impegnato a ragionare sui fatti senza le lenti dell’ideologia o delle appartenenze, dà fastidio sempre. Una novità di rilievo nel mondo della comunicazione è poi inevitabilmente oggetto di discussioni, specie in un Paese governato da un editore; lo sarebbe di meno se si fosse risolto il famoso conflitto di interessi, che anziché ridursi si è ampliato.

Il Corriere ha cercato di essere in questi anni il giornale laico e liberale del dialogo, fedele ai valori della propria tradizione (dalla scelta europea all’economia di mercato, quella vera; dal maggioritario alla costruzione di un autentico sistema bipolare dell’alternanza). Ci siamo sforzati di proporre al lettore il massimo ventaglio delle opinioni, nel rigore delle inchieste e delle cronache, mai di parte. Ma soprattutto nella coltivazione quotidiana del dubbio. Abbiamo preso, quand’era necessario, posizione. Dicendo per esempio sì a due guerre, in Kosovo e in Afghanistan, ma raccontandole senza indossare alcuna divisa o, peggio, un elmetto. Abbiamo detto di no alla terza, l’ultima, quella dichiarata per togliere a un regime odioso le armi di distruzione di massa (che non sono state trovate).

Abbiamo creduto, e crediamo, in un Paese moderno in cui l’opposizione non pensi che chi governa sia un usurpatore della volontà popolare e chi sta al potere non tratti la minoranza come un relitto del passato. Discutano maggioranza e opposizione dei veri problemi italiani, diano insieme l’esempio che in una vera democrazia liberale il rispetto dell’opinione degli altri è un principio irrinunciabile. E’ troppo? Pare di sì. Siamo convinti che chi governa non debba scambiare il consenso per legittimità assoluta: il voto popolare è sacro ma non è un mandato in bianco. C’è una Costituzione, ci sono princìpi e garanzie. Intralci alle riforme? Macché, si facciano, le riforme, magari con la stessa determinazione con la quale si varano provvedimenti personali destinati a incidere sui processi in corso. Senza insultare la magistratura, sulle cui colpe «politiche» non siamo mai stati in questi anni teneri. Basta con le risse. E attenzione a un Paese che non perde occasione, in molte delle sue leggi recenti (condoni compresi) e in diversi comportamenti pubblici, di abbassare il tasso di legalità, deprimendo ancor di più la propria immagine all’estero.

Si è parlato di un declino economico, ma più grave è il declino politico, istituzionale e morale. La politica si separa sempre più dalla morale; l’attività di governo confina pericolosamente con gli affari, non sempre pubblici; la libertà d’informazione è vista con insofferenza crescente. Per fortuna c’è un’Italia migliore, moderata, aperta, europea, in un polo e nell’altro. E per fortuna c’è il Corriere che resta e resterà sempre un’istituzione di garanzia. Non asservita a nessuno. Dunque, scomoda, scomodissima.

Un grazie di cuore ai lettori, scusandomi per gli errori commessi. Un grazie alla redazione, straordinaria, e in particolare ai vicedirettori Carlo Verdelli, Paolo Ermini e Massimo Gaggi; un grazie all’editore e agli azionisti. E un pensiero affettuoso alla memoria di Maria Grazia Cutuli, di Walter Tobagi e di tutti quelli che sono morti facendo questo mestiere. Che amavano, come noi, molto.
14 giugno 2003

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