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Rubbia: piano oscuro, no al Mit italiano

(fonte: Corriere della Sera 04/11/2003)
«Puntiamo piuttosto sugli enti esistenti e sui giovani ricercatori dimenticati»
Professor Carlo Rubbia le piace l’idea del Mit italiano, il nuovo istituto per la ricerca applicata previsto dalla legge finanziaria?

«Mi pare che non ci sia molta consapevolezza su che cosa significhi la nascita di un organismo del genere: tutto è molto più complicato di quanto si immagina. Nessuno, comunque, mi ha chiesto che cosa ne penso. Invece devo constatare che c’è un silenzio assordante sugli altri enti italiani di ricerca già esistenti come il Cnr, l’istituto di fisica nucleare, lo stesso Enea. Per cominciare a raccogliere qualche frutto da una istituzione nuova occorrerà una decina d’anni e intanto che cosa succede agli altri enti? E poi perché crearne un altro se quelli già attivi possono fare le stesse cose? Di questi, invece, non si parla più. Risolviamo i problemi che hanno ma salviamo ciò che di buono offrono e sosteniamoli con una politica di sviluppo. Si destinano 100 milioni di euro l’anno al neonato organismo quando l’intero contributo dello Stato all’Enea, 3.700 dipendenti e 10 laboratori, è di 200 milioni di euro l’anno. Che cosa poi debba fare il fantomatico Mit italiano è oscuro».


Dovrebbe svolgere una ricerca applicata...

«La ricerca applicata è una banalità. Come diceva Einstein esistono soltanto le applicazioni della ricerca. Prima, però, bisogna investire nella scienza fondamentale. Oggi non avremmo l’ingegneria genetica se Watson e Crick non avessero scoperto cinquant’anni fa la struttura del Dna. Puntare solamente alla ricerca applicata è un grosso errore».

E allora su che cosa dobbiamo puntare?

«Sui ricercatori. Nei discorsi che si ascoltano negli ultimi tempi ci si dimentica degli uomini e delle donne che fanno ricerca. Inseguiamo modelli stranieri ma intanto da tre anni sono bloccate le assunzioni e oggi l’età media di chi lavora è intorno ai 50 anni, quindi fuori gioco. Nel frattempo ci sfuggono le nuove generazioni dalle quali nascono i risultati. In altre parole, si è perso il fulcro della discussione».

E poi su che cosa crede che bisognerebbe investire?

«Sulle infrastrutture, gli strumenti, che nei nostri centri sono vecchi, superati e non ci permettono di essere competitivi. Dobbiamo rimettere in funzione la ricerca pubblica, riempire i laboratori di giovani e la messe fiorirà».

Il ministro Letizia Moratti ha varato una strategia della ricerca. Non è adeguata?


«Sono state formulate solo delle linee guida generali. Possono andare bene ma ancora non c’è un vero piano destinato a precisare che cosa si vuol fare e, soprattutto, con quali risorse. Quel piano, poi, dovrebbe nascere con il concorso degli scienziati e non fatto scendere dall’alto. Così perdiamo tempo e andiamo indietro invece che progredire».

Il governo vuole arrivare per la fine della legislatura a spendere l’1% del Pil nella ricerca pubblica, mentre un altro 1% dovrebbe essere garantito dal mondo privato...

«Mancano due anni alla fine della legislatura e non vedo cambiamenti in prospettiva rispetto alle risorse attuali: alla fine rimarrà il solito 1%, tutto compreso. Nascondersi dietro le difficoltà economiche internazionali non serve. I Paesi nordici sono nella stessa condizione ma investono intorno al 3% e cifre altrettanto pesanti dedicano Francia, Germania, Giappone e Usa. Ci siamo dimenticati che i ministri della ricerca europei a Barcellona nel 2000 si sono impegnati ad arrivare in dieci anni ad una spesa, per l’Ue, pari al 3% del Pil».

Rinnovando le strutture, aprendo ai giovani e garantendo risorse potremmo emergere dal fondo delle statistiche internazionali in cui ci troviamo per innovazione e competitività?

«No. Ci vuole anche un cambiamento di metodo. In Italia si lavora con la mentalità del singolo ricercatore. Invece, oggi, per vincere bisogna fare team. Poi occorre modificare il modo di gestire la ricerca. Un esempio: nel ’99 l’Enea ha presentato un piano sull’idrogeno che doveva essere finanziato con soldi recuperati dalle licenze per i cellulari Umts. Erano stati garantiti 100 milioni di euro. Poi tutto si complicò e solo all’inizio di quest’anno si è iniziata una valutazione, ma con disponibilità ridotta a un quarto. Conclusione: si sono persi 4 anni. Un ricercatore impegnato su questo fronte che cosa dovrebbe fare intanto?».


Per migliorare le cose è utile cercare di riportare a casa gli scienziati italiani che lavorano all’estero?

«In nessun Paese straniero verrebbe in mente di lanciare un’operazione del genere. Io mi preoccuperei soprattutto di quelli che sono in Italia. Abbiamo tanti cervelli eccellenti che non hanno le possibilità di esprimersi: pensiamo a loro invece di rimpatriare uomini con il miraggio di non far pagare le tasse per incentivarli. Pensiamo a non fare scappare quelli che abbiamo, che essendo bravi vengono subito accettati all’estero dove fanno carriera. E poi chi lavora all’estero cosa verrebbe a fare in Italia, senza risorse per la ricerca, senza infrastrutture, senza organizzazione adeguata?».

Non c’è un piano della ricerca, ma pare impossibile anche avere un piano energetico...

«L’Italia è al primo posto al mondo nel prezzo dell’energia elettrica. Perché industriali e cittadini devono spendere tanto? Il problema è nella produzione: impianti vecchi in un sistema mai adeguato alle necessità».

L’Enel collabora con i francesi per studiare un nuovo reattore nucleare di tipo Epr (European Pressurized-Water Reactor)...


«È un dinosauro, un reattore vecchio che cercano di ammodernare e che alla fine avrà costi di produzione dell’energia troppo elevati».

Su che cosa si dovrebbe investire per il futuro?

«Sul solare e sul nucleare sicuro che già esiste. Si possono fabbricare reattori a ciclo chiuso che non presentano il problema delle scorie. E con il solare e il nucleare si può sviluppare l’idrogeno, arrivando all’energia davvero pulita e senza fine. Ma ancora non vedo all’orizzonte strategie o decisioni».



Giovanni Caprara

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